Il cugino dimenticato: il voice-over

Autore: Federico Santini, traduttore inglese/spagnolo > italiano. Contatti: santini.trad@gmail.com

Doppiaggio, sottotitolaggio e voice-over

Quando si parla di traduzione audiovisiva, sono sempre due le modalità a cui si pensa per prime: il doppiaggio e il sottotitolaggio. “Guarda, è uscito il nuovo film di Miyazaki! Me lo guardo in italiano o in lingua originale con i sottotitoli?”. Questo è il primo grande dubbio che ci poniamo quando ci accingiamo a guardare un film in una lingua che conosciamo poco o per niente, soprattutto adesso che le grandi piattaforme di streaming offrono la possibilità di scegliere la lingua del film, sia per quanto riguarda la traccia audio che i sottotitoli. E se invece di un film decidessimo di guardare una puntata di Masterchef Vietnam per portare in casa una ventata di cucina orientale? Allora ci viene subito in mente un terzo tipo di adattamento linguistico comunemente usato in tutto il mondo per prodotti audiovisivi: il voice-over.

L’illusione della realtà

In Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, il voice-over è la pratica comune nella traduzione multimediale di prodotti appartenenti al cosiddetto factual genre, il genere della realtà. Grandi rappresentati di questo genere noti a noi tutti sono per esempio i documentari e i reality show.

Difficilmente ci troveremo a guardare un documentario in cui l’intervistato straniero apre bocca e inizia a parlare con la voce di Francesco Pannofino, grande del doppiaggio italiano. Piuttosto, sentiremo prima alcune parole nella sua lingua, poi la traccia audio originale si abbasserà di volume permettendoci di sentire la voce italiana che traduce ciò che viene detto. Torneremo a sentire chiaramente l’originale solo alla fine, cogliendo le ultime tre o quattro parole in lingua originale.

Queste sono due caratteristiche fondamentali del voice-over a cui siamo abituati: il mantenimento della traccia originale in sottofondo e la possibilità di udire chiaramente alcune parole all’inizio e alla fine di ogni intervento. Si tratta di due aspetti che contribuiscono grandemente a creare un senso di realtà nello spettatore o spettatrice, che ha l’illusione di assistere in diretta al processo di traduzione.

Proprio per alimentare questa sensazione, il traduttore che si cimenta in questo tipo di traduzione filmica, com’era chiamata la traduzione audiovisiva ai suoi albori, deve prestare la massima attenzione alle poche parole iniziali e finali che si sentono in lingua originale. È consigliabile fare in modo di inserire queste parole nella lingua d’arrivo, a volte anche ricorrendo a una traduzione più letterale di quanto avremmo voluto (sempre nei limiti del possibile e dell’accettabilità, è ovvio).

Questa regola vale soprattutto per le lingue che più ci aspettiamo che il pubblico possa più o meno capire, come per esempio l’inglese per uno spettatore italiano. Se chi guarda il nostro documentario sente iniziare una frase con “I think that…”, si aspetterà che la traduzione si apra con un’espressione tipo “Penso che…”. Riconoscere queste parole conferma allo spettatore o spettatrice che quella che sente in italiano è una traduzione “fedele” di ciò che viene effettivamente detto.

Qui emerge quello che purtroppo è un grande cruccio per noi traduttori e interpreti. Quando una traduzione o un’interpretazione viene valutata da chi ha solo qualche conoscenza di base della lingua di partenza, o anche una buona conoscenza della lingua ma non del mestiere, spesso gli aspetti che vengono presi in considerazione sono molto superficiali, come appunto: “Ho riconosciuto questa parola in inglese ma non ho sentito il suo corrispettivo in italiano, qui c’è sicuramente un errore”. Chi opera nel settore sa bene che si tratta di una visione limitata, ma spesso, purtroppo, questo è il tipo di valutazioni che il cliente o il fruitore del prodotto fanno. Per questo motivo, la possibilità di sentire alcune parole in lingua originale in un voice-over pone un ulteriore vincolo alla traduzione, ma allo stesso tempo offre anche la possibilità di soddisfare facilmente le esigenze di un certo tipo di pubblico.

Traduzione o interpretazione?

Per certi aspetti, la traduzione per il voice-over si avvicina molto all’interpretazione, in particolare alla simultanea.

Innanzitutto, per il canale di fruizione: sia il voice-over che l’interpretazione arrivano al fruitore oralmente. Per questo motivo il testo deve risultare chiaro, lineare, favorendo frasi brevi ed evitando complicazioni non necessarie.

Inoltre, sia il traduttore che si occupa di voice-over che l’interprete devono avere un’eccellente capacità di sintesi, riuscendo a condensare e a rendere immediatamente comprensibili dei messaggi che a volte vengono espressi con periodi lunghi e contorti. Come la simultanea, anche il voice-over ha dei limiti temporali invalicabili, visto che il testo di arrivo deve durare quanto quello di partenza, meno i 5-6 secondi necessari a sentire inizio e fine dell’originale.

Si tratta quindi di un genere di attività in cui il traduttore potrebbe beneficiare grandemente anche di una formazione da interprete.

Non solo documentari

Di fatto, il voice-over nasce proprio da una forma di interpretazione simultanea che era nota come “traduzione Gavrilov”. Ai tempi della Guerra Fredda, i film occidentali che arrivavano nell’URSS venivano resi accessibili al pubblico tramite un servizio di interpretazione simultanea adottato durante i festival cinematografici e altre proiezioni collettive. Il nome deriva da uno degli interpreti più famosi di questo settore, Andrej Gavrilov.

Nei paesi dell’Europa orientale, il voice-over rimane tuttora una delle tipologie di traduzione multimediale più usata per tutti i generi di prodotti audiovisivi, non solo per quello cosiddetto “della realtà”.

Si tratta tuttavia di una forma leggermente diversa di voice-over, dove solitamente il professionista che fornisce la voce al film è uno solo, o al massimo due se si vogliono differenziare voci maschili e femminili.

Inoltre, la pratica di lasciar sentire alcuni secondi dell’originale è facoltativa, a volte viene adottata e a volte no.

Un consiglio pratico da Daniel Pageon

Daniel Pageon, autore di The world of the voice-over, affronta molti degli aspetti pratici che riguardano la traduzione per il voice-over. Come esempio, vedremo ora uno dei consigli dell’autore per impostare il lavoro.

Pageon suggerisce di aiutarsi con una tabella in cui inserire testo di partenza diviso per interventi, il minutaggio di ogni intervento e la traduzione. Le colonne in cui si inseriscono il testo di partenza e  quello di arrivo devono avere la stessa larghezza.

Lavorare con questo tipo di tabella ha diversi vantaggi. Innanzitutto, un primo confronto tra testo di partenza e traduzione nella loro forma scritta permette di farsi un’idea della lunghezza da rispettare (se il testo d’arrivo scritto è più lungo di quello di partenza, è probabile che lo sia anche quando viene pronunciato!). Ovviamente non si tratta di una misurazione precisa, per cui è anche necessario leggere la traduzione ad alta voce e confrontarla con il minutaggio per verificare che non sia troppo lunga.

Vediamo qui un esempio di questa impostazione:

TIMECODE VOCI ORIGINALE TRADUZIONE
00:12:24 – 00:13:00 (36 sec) PASHOV And I think there is a fair amount of the population here which are full-time travelers and part-time workers. So yes, those are the professional dreamers. They dream all the time, and, I think, through them the great cosmic dreams come into fruition, because the universe dreams through our dreams, and I think that there are many different ways for the reality to bring itself forward, and dreaming is definitely one of those ways. Penso che buona parte degli abitanti qui siano viaggiatori a tempo pieno e lavoratori part-time. Questi sono i sognatori professionisti. Sognano di continuo e credo che attraverso di loro i grandi sogni cosmici si materializzino, perché l’universo sogna attraverso i nostri sogni. Penso che esistano diversi modi in cui la realtà si manifesta e sognare è sicuramente uno di questi.

In questo caso c’è anche un’ulteriore colonna (la seconda) in cui viene indicato chi sta pronunciando il discorso.

Vediamo subito che la traduzione risulta più breve dell’originale.

Il minutaggio ci dice che l’intervento ha una durata di 36 secondi, da cui dobbiamo togliere circa 5-6 secondi che saranno necessari a lasciar sentire l’inizio e la fine dell’audio originale. A questo punto basterà leggere la traduzione ad alta voce con un cronometro a portata di mano (quello del nostro smartphone va benissimo) e verificare che la lettura non richieda più di 30 secondi.

C’è altro da dire sul tema del voice-over? Eccome!Proprio come il doppiaggio e il sottotitolaggio, anche il voice-over è una forma di adattamento linguistico molto complessa che è stata oggetto di vari studi e che con ogni probabilità continuerà a esserlo. Tra gli autori consigliati per approfondire questo affascinante tema, suggeriamo sicuramente Daniel Pageon, con il suo approccio pratico, ma anche E. Franco, A. Matamala e P. Orero, che hanno prodotto lavori individuali e in collaborazione sull’argomento del voice-over. Dopo aver letto questo articolo, speriamo che la prossima volta che vi troverete davanti a un documentario penserete all’interessante mondo che si nasconde dietro alla sua traduzione.

Questo articolo è stato scritto da un membro di PaP – Traduzioni senza commissioni, una rete indipendente di professionisti laureati in Traduzione e testati per tutte le loro combinazioni linguistiche. PaP non è un’agenzia, però è capace di gestire anche incarichi multilingue.

 

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